Ottobre 2025 Giubileo della Vita Consacrata
L’8 e il 9 ottobre sono state le giornate del “Giubileo della Vita Consacrata” e tra le partecipanti c’era suor Mary Stephanos delle suore della Carità di S. Antida che ha letto in piazza San Pietro una sua testimonianza. Ve la proponiamo, perché anche se non parla espressamente ciò che fa il Gruppo India in quasi tutti i Paesi a lei affidati dalla sua Congregazione (è escluso solo l’Egitto), ci sembra molto significativa e ci dà la misura di quanto sia importante intervenire anche con piccoli gesti: piccoli di fronte ai gravi problemi, ma grandi per chi li riceve. E dietro a queste mani tese ci siete anche voi, amici del Gruppo India.
Il Signore, attraverso le Superiore, mi ha affidato la responsabilità di accompagnare le Suore della Provincia del Medio Oriente. Questa Provincia comprende sei Paesi: Libano, Siria, Egitto, Sudan, Sud Sudan ed Etiopia, tutti segnati da conflitti, guerra, insicurezza e profonda crisi economica.
Con tutte le mie sorelle, vorrei condividere con voi una convinzione impressa in noi attraverso lacrime e paura, ma anche attraverso una gioia misteriosa: la speranza non delude. Durante i mesi più bui della guerra, mentre i bombardamenti risuonavano all’orizzonte, sentivamo come se tutto stesse crollando intorno a noi: scuole, famiglie, punti di riferimento, sicurezza. Eppure, qualcosa è rimasto in piedi in mezzo a tutto questo: una speranza più forte del frastuono delle armi.
In questo tempo di prova, ho capito che la speranza non è un’idea, ma una presenza. Si manifesta nelle visite inaspettate, nel coraggio e nella resilienza delle persone che si rialzano dopo i bombardamenti per riprendere la loro vita quotidiana. Sì, la vita è più forte di ogni segno di morte. Quando sono iniziati i combattimenti intorno alla scuola e alla casa, abbiamo avuto paura. Molte persone sono fuggite. Ma non appena è tornata la calma, gli insegnanti erano lì, così come le famiglie e gli studenti. E lì, in questo caos, abbiamo vissuto concretamente la visita di Maria a Elisabetta. Suore e laici, come Maria, si sono fatti avanti per incontrare gli altri, per consolare, sostenere e far vivere la comunione. È un segno di Speranza.
Condivido con voi l’esperienza di una madre che ha vissuto la violenza della guerra. Racconta:
«Improvvisamente, il rumore degli spari ha sostituito il canto degli uccelli e le lacrime delle madri hanno echeggiato ovunque. La mia casa ora non è altro che un cumulo di pietre, i nostri villaggi sono stati saccheggiati e bruciati, eppure, nel profondo di me, una luce non si è mai spenta: la speranza. Ricordo un giorno in particolare in cui tutto sembrava perduto: mio marito è stato ucciso, i miei figli sono morti di fame e la paura mi ha preso lo stomaco. Quel giorno, grazie a persone di buona volontà, siamo riusciti a fuggire dal nostro villaggio, che era stato trasformato in rovine. Siamo state accolte nella chiesa di un’altra città dalle suore e da alcuni amici. Ci hanno offerto riparo, sicurezza e, soprattutto, una presenza. Ci hanno abbracciate e abbiamo pianto insieme. Le suore e alcune famiglie ci hanno portato del pane fatto con il poco grano che avevano, poiché il raccolto di quest’anno era stato scarso a causa della mancanza di pioggia. Ci hanno detto: “È poco, ma lo condividiamo con voi”. E in quei gesti ho visto il Vangelo riscriversi. Era Maria che visitava ancora il suo popolo, attraverso questo popolo».
Sì, questo mi riporta al Vangelo della Visitazione, che abbiamo appena letto: Maria, portando in sé la promessa di Dio, va incontro alla cugina Elisabetta. Si alza e cammina, fiduciosa, perché porta in sé Colui che è la Speranza del mondo. E quando Maria entra nella casa di Elisabetta, la gioia sgorga. Perché? Perché la presenza di Cristo fa germogliare la vita, anche nei luoghi aridi, anche nei corpi vecchi o feriti. La speranza non è l’assenza di dolore, ma la presenza di Dio in mezzo a questo dolore; Cristo visita il nostro dolore.
Proprio come Elisabetta provò una gioia profonda per l’arrivo di Maria, questa madre provò una gioia inaspettata quel giorno. La guerra aveva distrutto tutto, tranne quel fragile ma potente soffio di speranza che spira attraverso volti semplici, parole gentili, silenzi condivisi, pane offerto e vestiti donati. La speranza è credere che anche in mezzo alle rovine, Dio è lì, e che un giorno i bambini ritroveranno il sorriso e la gioia di vivere, le case saranno ricostruite e la pace tornerà.
Cari fratelli e sorelle, vi dico dal profondo del cuore: anche nell’oscurità più profonda, Dio visita il suo popolo. Viene attraverso di noi, attraverso di voi, quando ci incamminiamo gli uni verso gli altri. La speranza non è solo per il domani. Inizia oggi, in ogni gesto d’amore, in ogni parola di pace, in ogni sguardo che dice: “Non sei solo. Insieme crediamo in colui che è il Principe della Pace”.